Pagina:Neera - Una passione, Milano, Treves, 1910.djvu/284

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— No, — disse Lilia col calore della convinzione — amore eterno! L'amore deve creare qualche cosa per raggiungere veramente il suo scopo.

La mano di Ippolito errante sulla tastiera traeva accordi spezzati.

— L'amore: — riprese Lilia con un filo di voce: — l'amore quale tu lo sognasti doveva essere l'incontro di due creature giovani e pure... Taci, taci, non protestare! Io lo so. Vorrei avere quindici anni e un casto fiore da offrirti...

— Lilia...

— Forse — continuò ella senza avvertire l'interruzione, — avremmo potuto essere felici. Bada, dico forse. Ad ogni modo la mia fierezza si sarebbe acchetata nell'olocausto di tutta me stessa. Così, vedi, non ora, ma più tardi...

Non compì il suo pensiero. Lasciandosi scivolare lungo la persona del giovine lo abbracciò alle spalle e rimase appoggiata a lui colla tenerezza incorporea di chi stringe un simulacro. Ippolito sentiva che ella era nella verità. Uccidendo il loro amore lo salvava dal disfacimento e dalla putrefazione. Ella amava meno, ma era perciò la più forte. L'opera del giustiziere faceva appena tremare la sua piccola mano.

Un sentimento virile di emulazione si fece strada nel cuore di Ippolito. Voleva bensì soffrire, piangere, morire anche, ma non essere vile, non