Pagina:Neera - Vecchie catene, Milano, Brigola, 1878.djvu/100

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Sarà egli bello? Non si dubita nemmeno. Biondo o nero? Avrà il nasino volto in su o volto in giù? Parlerà presto? Chiamerà mamma? Riconoscerà papà? Si ha la smania di vederlo e di farlo vedere. Si sospira il tempo che lo si condurrà a passeggio con un bell’abito bianco e dei nastri color di cielo, e si pensa che tutti lo guarderanno con ammirazione.

Si prepara poi un piano di condotta. Si dice: — Lo adorerò, ma punto viziature. Alle sue ore deve dormire, alle sue ore deve mangiare; e voglio avvezzarlo per tempo ad essere gentile, a salutare con garbo. Suona bene il buon giorno balbettato da una boccuccia innocente. Mio figlio deve distinguersi; non posso soffrire i fanciulli testardi e ignoranti; mio figlio sarà pieno di intelligenza e di spirito. Sono persuasa che non somiglierà a quei monelli volgari che hanno sempre il naso moccioso e le mani imbrattate. Non permetterò che si ruzzoli per terra, e sotto pretesto di igiene mi diventi sudicio come un porcellino; gli preparerò il suo piccolo tappeto e gli farò intendere che non deve varcarne i limiti.

Dopo questi pensieri o altri consimili molto, Diana si occupava di camiciolini di batista, di cuffiette ricamate, di vesticciuole tutte coperte di trine, e si estasiava davanti ad una manica lunga come il pollice, a una calzettina poco più grande di un guscio di noce — e batteva le mani e baciava la manica e baciava