Pagina:Nietzsche - La Nascita della Tragedia.djvu/210

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158 capitolo diciottesimo


nae veritates indiscutibili, aveva creduto alla conoscibilità e alla esauriente penetrazione di tutto l’enimma dell’universo, e aveva considerato lo spazio, il tempo e la causalità come leggi del tutto assolute di valore universalissimo, Kant palesò che queste servono propriamente a niente altro, che ad elevare il mero fenomeno, l’opera di Maja, ad unica e suprema realtà, a sostituirlo all’intima e vera essenza delle cose, e quindi a impossibilitare l’effettiva conoscenza di questa vale a dire, per servirci del motto di Schopenhauer, a addorraire più forte il sognatore (Il mondo come v. e r., I, § 498). Tale dottrina dà avviamento a una cultura, che io oso definire tragica, essendone questo il contrassegno più importante, che al posto della scienza come fine supremo insedia invece la sapienza, la quale, punto illusa dagli sviamenti delle scienze, offre allo sguardo pacato l’immagine intera e complessa del mondo, e con sentimento simpatico di amore cerca di abbracciarne come proprio dolore l’eterno dolore. Figuriamoci una generazione venuta su con questa intrepidità di sguardo, con questo impeto eroico pel prodigioso; figuriamoci il passo ardimentoso di questi uccisori di draghi, la superba temerità con cui voltano le spalle a tutte le pusillanimità dottrinali dell’ottimismo per «vivere risolutamente» in tutto e per tutto: non sarebbe necessario che l’uomo di siffatta cultura, per la sua propria educazione alla fortezza e al terribile, domandasse un’arte nuova, l’arte della consolazione metafisica, la