Pagina:Nietzsche - La Nascita della Tragedia.djvu/49

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

prefazione del traduttore liii


poesia, arte, suprema purificazione, posta sotto l’egida di un dio liberatore. Onde il grido dell’anima del sognatore che si rifiuta di ritornare al fenomeno della sua vita quotidiana, «voglio sognare ancora!» significa in effetto: «voglio vivere ancora!». Vivere nell’arte, e, per vivervi coscientemente, sapere tutta la scienza del bene e del male, essere padrone della «conoscenza tragica»; conoscere tutto, per affogare l’istinto e la passione, il Dioniso del proprio cuore nel seno eucaristico di Apollo. Concezione compenetrata di spirito cristiano pretto: un libera nos a malo, che esaurisce definitivamente il male. Un mondo dannato non vi trova più posto: chi ne dubita, rilegga le belle pagine su Eschilo e quelle sull’Edipo, specialmente sull’Edipo a Colono; vi sentirà vivente l’alito del cristianesimo, e non del cristianesimo di Agostino, che prende sul serio la geenna del Cristo, la crede irriducibile, e la mantiene; sibbene il cristianesimo origeniano che risolve la dannazione nell’apocatastasi finale. La dialettica s’impone: nessun cristiano è tanto cristiano quanto cotesto anticristo. Lo stesso che gli è capitato con lo Hegel.

Commove l’esempio di questo giovine, che si chiuse nel dramma del proprio cuore, onde apprese tante cose, onde senti il confidente ingegno temprato a dire tante cose con la luminosità giovanilmente apollinea della divinazione. Non ebbe né poteva avere la forza di rifondere la filosofia di cui era imbevuto, di riprendere il problema del sapere dal nucleo essenziale creato e svolto