Pagina:Nodier - Racconti Fantastici, 1890.djvu/10

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
10 del fantastico in letteratura

toso tributo che questi imposero alla nave inesperta che osa tentare i loro scogli, e il latrare dei marosi che urlano balzando tra le loro roccie?

Se non avete ancora udito parlare delle melodie insidiose della s rena, degli incanti più seducenti di una strega amorosa che v’incatena con ghirlando di fiori, della metamorfosi del temerario curioso che in un’isola ignota ai viaggiatori si trova a un tratto preso dalle forme e dagli istinti d’una bestia selvaggia, domandatene notizie al popolo o ad Omero. La discesa del re di Itaca agli Inferni ricorda sotto proporzioni gigantesche ed ammirabilmente idealizzate i lamia e i vampiri delle favole levantine che la critica sapiente dei moderni rimprovera alla nostra scuola nuova; tanto i pietosi settari dell’antichità omerica, ai quali presso di noi son così risibilmente date in guardia le buone dottrine, sono lontani dal comprendere Omero, o mal si sovvengono d’averlo letto!

Il fantastico chiede al vero una verginità d’immaginazione e di credenze che manca alle letterature secondarie e che in esse non si riproducono che per mezzo di quelle rivoluzioni, il cui passaggio tutto rinnovella! ma allora e quando le religioni stesse scosse fin dalle fondamenta non parlano più all’immaginazione, o non le portano elio nozioni confuse, rese oscure sempre più da uno scetticismo inquieto, è ben d’uopo che la facoltà di produrre il meraviglioso di cui la natura l’ha dotata, si eserciti in un genere di creazione più volgare o meglio appropriato ai bisogni di una intelligenza materializzata. L’apparizione delle favole incomincia dal momento in cui finisce l’impero di queste verità reali o convenzionali che infondono un resto di vita al logoro congegno della civiltà. Ecco ciò che ha reso da qualche anno il fantastico tanto popolare in Europa e ne fa la sola letteratura essenziale dell’età di decadenza o di transizione cui siamo pervenuti. E in ciò dobbiamo anche riconoscere un beneficio spontaneo della nostra organizzazione, poichè se lo spirito non si compiaceva ancora di vive e splendide chimere, quando ha toccato al nudo tutte le ributtanti realtà del mondo vero, quest’epoca di disinganno sarebbe in preda alla più violenta disperazione e la società offrirebbe la rivelazione spaventosa di un bisogno unanime di dissoluzione e di suicidio.

Non bisogna dunque gridar tanto contro il romantico e contro il fantastico. Queste pretese innovazioni sono l’espressione inevitabile dei periodi estremi della vita politica delle nazioni, e senza di esse non so ciò che ora ci resterebbe dell’istinto morale ed intellettuale dell’umanità.

Così, alla caduta del primiero ordine sociale di cui abbiamo conservato la memoria, quello della schiavitù e