Pagina:Novelle lombarde.djvu/172

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e di andar io stesso a consegnarmi alla giustizia. — Finalmente che possono farmi? Narrerò come è passata la cosa; le donne mi serviran di testimonio: male in vita mia non ne ho fatto mai, nè avrei dato un buffetto al mio peggior nemico: quella fu difesa necessaria, ed anche il signor curato, quando spiega il Bellarmino, dice che non si può ammazzare, dice, se non per difendere sè stesso. Poco su, poco giù, e stato il caso mio.

Parlavo male? Non ci pensi però; che se io mi aspettava acqua, le furono tempeste. Andai a Merate a consegnarmi: esposi il fatto al signor cancelliere; e questi mi disse: Voi siete reo d’omicidio proditorio; di più, siete conosciuto per giacobino; il quale ne ha dato prova con questo fatto istesso: e quando io voleva rispondergli le mie brave ragioni, egli mi fece chiuder in carbonja a contarle ai birri.

Dio lo scampi dalla prigione, signorino! I disagi le privazioni, le mortificazioni, i soprusi de’ carcerieri già son un anneso e connesso, come il ribrezzo alla terzana. Pazienza anche, quel che è peggio di tutto, la noja del non far niente. Ma quel che non sapevo recarmi in pace fa il lasciarmi mesi e mesi, come fecero, senza, non che dar esito ai fatti miei, ne tampoco interrogarmi. Tante belle ragioni io m’era disposte sulla lingua a mio discarico: se il signor giudice dirà così, io risponderò così: se mi apporrà questo, io gli replicherò cotesto: son a cavallo; un lavacapo, e mi rimanderà. E ogni giorno credevo fosse quello d’ottenere udienza, e ogni toccar del catenaccio era un palpitare di speranza che venissero a interrogarmi: ma ogni dì passava un dì, ed io a rosicchiare le unghie; e la speranza con