Pagina:Novelle lombarde.djvu/270

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decorato del sonnifero nome di accademia; aveano un abate, un sindaco, un cancelliere, e stanze proprie e adunanza, e per divisa il motto Nos ejusdem linguæ societate conjuncti sumus.

Alludeva questo allo studio loro speciale, che era di componimenti in lingua facchinesca, nel dialetto cioè dei veri facchini, del quale se voleste v’imbandissi un saggio, lo scerrei relativo alle cose discorse.

     Dal nuest Piovan, quand seva pù pisgnin,
          E dai vigg del consej e del comun,
          Che sebbieven e scriv e lesg leccin,
          In quoi di ch’os sta unii despeu ol desgiun,
          I’agh sentù a di dl’onoo che va ai fechin
          Par iess schirpe pù entighe de nigun;
          E che par sta rason e par sto effet
          Ai pussee entìgg ogh va pussee raspett...
     Par sta rason quand, cont ol ras dla feste,
          Os va pai straa a levrà senze falcette
          Treppen fo tugg dai balester la teste;
          E s’os fermem s’an pass a na crosette,
          Ghem apreuv de marmaia na tempeste,
          Ch’os tapparav pal gust in tna sacchette;
          Par tugg i band in sui oi piazz e oi chenton
          Os lesg bescricc ol cheur dei nos patron...
     Bel vighé tramascà con le bendere
          Col ras dla feste o i falc annà per strade,
          La sgese grande con portele evverte
          Spiccià oi fechin a portà su l’offerte...

Appartenevano alla magnifica Badia, oltre i ricchi e i bontemponi, di cui non fu mai scarsezza nel nostro paese, anche persone spiritose e di talento, fra gli altri il Maggi, il Balestreri, il Tanzi, il Parini; ed ebbero nel 1780, una famosa abbaruffata contro il padre Paolonofrio Branda barnabita, il quale, per lodar il fiorentino, aveva conculcato il