Pagina:Occhi e nasi.djvu/136

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— «Faccio l’ora del pranzo. Questa frase ambiziosa e succolenta gli riempie lo stomaco d’aria e di speranze, e lo culla nella dolce illusione che anche gli animali fienati e biadati a spese del Governo abbiano diritto di fare i loro pasti quotidiani, alla pari dei cani, dei gatti e di tutte le altre bestie domestiche, allevate e mantenute in famiglia.

Venuta l’ora del pranzo, Scampolino, secondo il consueto di tutti i giorni, s’incammina un passo dietro l’altro verso qualcuna di quelle tante trattorie a pian terreno, che hanno sulla strada una bella mostra, o come chi dicesse, una bella vetrina, nella quale si vedono esposti con civetteria molti piatti di porcellana, pieni di tortellini di Bologna da cuocere, di rigaglie di pollo, di costolette panate, di tartufi, di zamponi, di coteghini, di bondiole, di lodole, di tordi, di formaggi indigeni e forestieri e di mille altre ghiottonerie.

Arrivato difaccia a questa vetrina, Scampolino si ferma; e riconcentrato tutto in se stesso, come un egittologo davanti a una piramide medita dei primi Faraoni, medita lungamente su quei piatti di porcellana pieni d’ogni ben di Dio.

Poi figurandosi colla sua immaginazione di trovarsi seduto comodamente a una tavola della trattoria e d’avere lì presente il cameriere che aspetta i suoi ordini, Scampolino comincia fra sè e sè questo dialogo:

— Vuole una buona minestra sul brodo?

— No; l’ho presa anche ieri: oggi voglio