Pagina:Occhi e nasi.djvu/225

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L’«Elvetichino», era un quissimile di Bazzarre internazionale, dove convenivano tutti i capi ameni d’ogni età, d’ogni lingua e d’ogni religione. I vagabondi, che nel corso della giornata non avevano da far altro che trovare l’ora del pranzo, piantavano il loro domicilio legale nel caffè dell’Elvetichino.

Le tavole di questo Caffè non erano mai deserte. Lì un giornalista teatrale, mentre con una mano si portava alla bocca un pantondo gravido di patria mortadella col finocchio, correggeva con l’altra mano le bozze di stampa di un articolo; più in là tre o quattro giovani, avvocatini in erba, letteratini sbocciati appena, e poetini non ancora gallati, declamavano a voce alta qualche nuova poesia del Prati arrivata fresca fresca sulle ali dei giornali torinesi; al tavolino accanto, un tenore incimmurrito scriveva da sè un articoletto in proprio elogio, per risparmiare al giornalista la fatica di scriverlo lui; lì vicino, tre poveri cantanti, randagi come i cani senza padrone, ammorbavano l’aria con certi vocalizzi andati a male, da mozzare il respiro intorno alle tavole di faccia, altri capannelli ridevano, urlavano, si bisticciavano, e dopo essersi palleggiati fra di loro un sacco di epiteti, che altrove parrebbero ingiurie atroci e che invece a Firenze pigliano l’aria di vezzeggiativi, se ne andavano chi di qui, chi di là, tutti d’accordo e più amici di prima.

Intanto, mentre nell’interno del Caffè ferveva la vita, il brio, il battibecco arguto e la pole-