Pagina:Occhi e nasi.djvu/230

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costretto a recarsi alla Capitale, portava per il solito un soprabito nero, che gli stringeva sotto i bracci, un pajo di stivali nuovi che lo stroppiavano e un sospetto nell’anima che tutti tirassero a prenderlo per il collo e a derubalo senza carità. E questo sospetto era così forte, che quando la sera ripartiva per il villaggio o la borgata natìa, lasciava andare un gran sospiro di consolazione e brontolava tutto contento fra i denti: — «Anche per questa volta l’ho scampata bella!» —

Quanto al contadino dei dintorni, ogni volta che entrava in Firenze, diventava subito il trastullo dei ragazzi di ogni età; chi gli faceva una burla, chi un’altra. Non passava anno che nel giorno del Sabato santo, qualche capo ameno non si pigliasse il gusto, con un lungo spago infilato in un ago da tappezzieri, di cucire insieme per le maniche della giacchetta quindici o venti contadini, che se ne stavano pigiati fra la folla, col naso in su e la bocca aperta, a vedere la colombina e le girandole dello Scoppio del carro. A spettacolo finito, immaginatevi la scena di quei poveri diavoli, che volevano andarsene chi di qua chi di là per i fatti loro, e che invece si trovavano condannati a muoversi uno dietro l’altro, come tante ciliege attaccate allo stesso gambo. Oggi il contadino ingenuo è sparito: oggi, se i fiorentini non stanno cogli occhi spalancati perbene, c’è il caso che si trovino cuciti insieme dai contadini suburbani, anche senza bisogno dello Scoppio del Carro.