Pagina:Odi e inni.djvu/224

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198 note

forse bastata a richiamare su me l’attenzione del ministro, se non ci fossero state in quella casa voci alte e gentili di bellissime fanciulle a parlare al loro padre del poeta romagnolo. Così allora intravidi, così presentii. Dovevo e debbo provarne quasi vergogna? Di quelle gentildonne una è SFINGE, vale a dire una delle più colte, più ingegnose, più ardenti scrittrici italiane. Un’altra era — era! — Margherita.

Dal XII decembre del 1903 Margherita non è più. E io nel ristampare l’ode che avevo pubblicata nelle sue nozze, poco più di tre anni avanti la sua morte, chiedo perdono all’anima gentile di non avere cinto la sua fronte di più vive fronde, di più immarcescibili fiorì. Ornerebbero adesso il suo sepolcro, e sarebbero bagnati dalle lagrime del suo padre!

L’AURORA BOREALE. Fu nel 1870, a Urbino. Parve, quella meteora, il riflesso del sangue che si spargeva sui campi della Francia invasa. Quale scossa ebbe allora la gente latina, sebbene per le disfatte francesi noi riavessimo Roma! Ricordiamocene in questo momento in cui il cielo sembra un’altra volta rosseggiare! Si fa ogni giorno più manifesto che bisogna allargare il concetto di nazione a quello di razza. Pensiamo che Tunisi, per esempio, fu conservato alla latinità, come Cuba alla latinità fu tolta.

LA FAVOLA DEL DISARMO. Fu scritta per il congresso dell’Aia. Nel «pastore» intendevo il popolo o, se volete, l’unione universale degli operai: il socialismo opposto all’imperialismo; il socialismo che afforza e conserva le nazionalità. Intorno a che il lettore benevolo può vedere nel mio libro MIEI PENSIERI DI VARIA UMANITÀ (Messina, Muglia), Una sagra.