Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/206

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libro settimo 191

Mi sorse incontro co’ suoi monti ombrosi
L’isola vostra, e a me infelice il core345
Ridea, benchè altri guai m’apparecchiasse
Nettun, che incitò i venti, il mar commosse,
Mi precise la via; nè più speranza
Già m’avanzava, che il naviglio frale
Me gemente portasse all’onde sopra.350
Ruppelo al fine il turbo. A nuoto allora
Misurai questo mar, finchè alla vostra
Contrada il vento mi sospinse, e il flutto.
Quivi alla terra, nell’uscir dell’acque,
Franto un’onda m’avría, che me in acute355
Punte cacciava, e in disamabil riva:
Se non ch’io, ritirandomi dal lido,
Tanto notava, che a un bel fiume sceso
Da Giove io giunsi, ove opportuno il loco
Parvemi, e liscio; nè in balía de’ venti.360
Scampai, le forze raccogliendo. Intanto
Spiegò i suoi veli la divina Notte,
Ed io, lasciato da una parte il fiume,
Sovra un letto di foglie, e tra gli arbusti
Giacqui, e m’infuse lungo sonno un Dio.365
Dormii l’intera notte in sino all’Alba,
Dormii sino al meriggio; e già calava
Verso Occidente il Sole, allor che il dolce