Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/330

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libro undecimo 315

La casta Proserpína ebbe disperse,
Mesto, e cinto da quei, che fato uguale495
Trovâr d’Egisto negl’infidi alberghi,
Si levò d’Agamennone il fantasma.
Assaggiò appena dell’oscuro sangue,
Che ravvisommi; e dalle tristi ciglia
Versava in copia lagrime, e le mani500
Mi stendea di toccarmi invan bramose;
Chè quel vigor, quella possanza, ch’era
Nelle sue membra ubbidïenti ed atte,
Derelitto l’avea. Lagrime anch’io
Sparsi a vederlo, e intenerii nell’alma,505
E tai voci, nomandolo, gli volsi:
O inclito d’Atréo figlio, o de’ prodi
Re, Agamennóne, qual destin ti vinse,
E i lunghi t’arrecò sonni di Morte?
Nettuno in mar ti domò forse, i fieri510
Spirti eccitando de’ crudeli venti?
O t’offesero in terra uomini ostili,
Che armenti depredavi, e pingui gregge,
O delle patrie mura, e delle caste
Donne a difesa, roteavi il brando? 515
     Laerziade preclaro, accorto Ulisse,
Ratto rispose dell’Atride l’Ombra,
Me non domò Nettuno all’onde sopra,