Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/352

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libro duodecimo 337

Torna più assai, che perir tutti a un tempo.
     Tal ragionava; ed io: Quando m’avvegna145
Schivare, o Circe, la fatal Cariddi,
Respinger, dimmi il ver, Scilla non deggio,
Che gli amici a distruggermi s’avventa?
     O sventurato, rispondea la Diva,
Dunque le pugne in mente, ed i travagli150
Rivolgi ancor, nè ceder pensi ai Numi?
Cosa mortal credi tu Scilla? Eterno
Credila, e duro, e faticoso, e immenso
Male, ed inespugnabile, da cui
Schermo non havvi, e cui fuggir fia il meglio.155
Se indugi, e vesti appo lo scoglio l’armi,
Sbucherà, temo, ad un secondo assalto,
E tanti de’ compagni un’altra volta
Ti rapirà, quante spalanca bocche.
Vola dunque sul pelago, e la madre160
Cratéi, che al Mondo generò tal peste,
E ritenerla, che a novella preda
Non si slanci, potrà, nel corso invoca.
     Allora incontro ti verran le belle
Spiagge della Trinacria isola, dove165
Pasce il gregge del Sol, pasce l’armento.
Sette branchi di buoi, d’agnelle tanti,
E di teste cinquanta i branchi tutti.