Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/353

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
338 odissea

Non cresce, o scema, per natale, o morte,
Branco; e le Dive sono i lor pastori,170
Faetusa, e Lampezie il crin ricciute,
Che partorì d’Iperïone al figlio,
Ninfe leggiadre, la immortal Neera.
Come l’augusta madre ambo le Ninfe
Dopo il felice parto ebbe nodrite,175
A soggiornar lungi da sè mandolle
Nella Trinacria; e le paterne vacche
Dalla fronte lunata, ed i paterni
Monton lucenti a custodir lor diede.
Pascoleranno intatti, e a voi soltanto180
Calerà del ritorno? il suol nativo,
Non però senza guai, fiavi concesso.
Ma se giovenca molestaste, od agna,
Sterminio a te predico, e al legno, e a’ tuoi.
E pognam, che tu salvo ancor ne andassi,185
Riederai tardi, e a gran fatica, e solo.
Disse; e sul trono d’òr l’Aurora apparve.
     Circe, non molto poi, da me rivolse
Per l’isola i suoi passi; ed io, trovata
La nave, a entrarvi, e a disnodar la fune,190
Confortava i compagni; ed i compagni
V’entraro, e s’assidean su i banchi, e assisi
Fean co’ remi nel mar spume d’argento.