Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/356

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libro duodecimo 341

Nessun passò di qua su negro legno,
Che non udisse pria questa, che noi245
Dalle labbra mandiam, voce soave:
Voce, che innonda di diletto il core,
E di molto saver la mente abbella.
Chè non pur ciò, che sopportaro a Troja
Per celeste voler Teucri, ed Argivi,250
Noi conosciam, ma non avvien su tutta
La delle vite serbatrice terra
Nulla, che ignoto, o scuro a noi rimanga.
     Così cantaro. Ed io, porger volendo
Più da vicino il dilettato orecchio,255
Cenno ai compagni fea, che ogni legame
Fossemi rotto; e quei più ancor sul remo
Incurvavano il dorso, e Perimede
Sorgea ratto, ed Euriloco, e di nuovi
Nodi cingeanmi, e mi premean più ancora.260
Come trascorsa fu tanto la nave,
Che non potea la perigliosa voce
Delle Sirene aggiungerci, coloro
A sè la cera dall’orecchie tosto,
E dalle membra a me tolsero i lacci.265
     Già rimanea l’isola indietro; ed ecco
Denso apparirmi un fumo, e vasti flutti,
E gli orecchi intronarmi alto fragore.