Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/357

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342 odissea

Ne sbigottiro i miei compagni, e i lunghi
Remi di man lor caddero, e la nave,270
Che de’ fidi suoi remi era tarpata,
Là immantinente s’arrestò. Ma io
Di su, di giù per la corsia movendo,
E con blanda favella or questo, or quello
De’ compagni abbordando, O, dissi, meco275
Sin qua passati per cotanti affanni,
Non ci sovrasta un maggior mal, che quando
L’infinito vigor di Polifemo
Nell’antro ci chiudea. Pur quinci ancora
Col valor mio vi trassi, e col mio senno,280
E vi fia dolce il rimembrarlo un giorno.
Via, dunque, via, ciò, ch’io comando, tutti
Facciam: voi, stando sovra i banchi, l’onde
Percotete co’ remi, e Giove, io spero,
Concederà dalle correnti scampo.285
Ma tu, che il timon reggi, abbiti in mente
Questo, nè l’obbliar: guida il naviglio
Fuor del fumo, e del fiotto, ed all’opposta
Rupe ognor mira, e ad essa tienti, o noi
Getterai nell’orribile vorago.290
     Tutti alla voce mia ratto ubbidiro.
Se non ch’io Scilla, immedicabil piaga,
Tacqui, non forse, abbandonati i banchi,