Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/367

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352 odissea

     Di vista già della Trinacria usciti,
Altro non ci apparia, che il cielo, e l’onda,520
Quando il Saturnio sul veloce legno
Sospese in alto una cerulea nube,
Sotto cui tutte intenebrârsi l’acque.
La nave non correa, che un tempo breve:
Poichè ratto uno stridulo Ponente,525
Infurïando, imperversando, venne
Di contra, e ruppe con tremenda buffa
Le due funi dell’albero, che a poppa
Cadde; ed antenne in uno, e vele, e sarte
Nella sentina scesero. Percosse530
L’alber, cadendo, al timoniere in capo,
E l’ossa fracassògli; ed ei da poppa
Saltò nel mar, di palombaro in guisa,
E cacciata volò dal corpo l’alma.
Ma Giove, che tonato avea più volte,535
Scagliò il fulmine suo contra la nave,
Che si girò, dal fulmine colpita
Del Saturnio, e s’empieo di zolfo tutta.
Tutti fuor ne cascarono i compagni,
E ad essa intorno l’ondeggiante sale,540
Quai corvi, li portava; e così Giove
Il ritorno togliea loro, e la vita.
Io pel naviglio su e giù movea,