Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/368

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libro duodecimo 353

Finchè gli sciolse la tempesta i fianchi
Dalla carena, che rimase inerme.545
Poi la base dell’albero l’irata
Onda schiantò: ma di taurino cuojo
Rivestialo una striscia, ed io con questa
L’albero, e la carena in un legai,
E sopra mi v’assisi; e tale i venti550
Esizïali mi spingean su l’onde.
Zefiro a un tratto rallentò la rabbia:
Senonchè sopraggiunse un Austro in fretta,
Che, nojandomi forte, in ver Cariddi
Ricondur mi volea. L’intera notte555
Scorsi su i flutti; e col novello Sole
Tra la grotta di Scilla, e la corrente
Mi ritrovai della fatal vorago,
Che in quel punto inghiottia le salse spume.
Io, slanciandomi in alto, a quel selvaggio560
M’aggrappai fico eccelso, e mi v’attenni,
Qual vipistrello: chè nè dove i piedi
Fermar, nè come ascendere, io sapea,
Tanto eran lungi le radici, e tanto
Remoti dalla mano i lunghi, immensi565
Rami, che d’ombra ricoprian Cariddi.
Là dunque io m’attenea, bramando sempre,
Che rigettati dall’orrendo abisso