Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/493

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112 odissea

Partire intendo anch’io. Più, che ne’ campi,
Nella cittade accattar giova: un frusto20
Chi vorrà, porgerammi. Io più d’etade
Non sono a rimaner presso le stalle,
E obbedire un padron, checchè m’imponga.
Tu vanne: a me quest’uom sarà per guida,
Come tu ingiungi, sol che prima il foco25
Mi scaldi alquanto, e più s’innalzi il Sole.
Triste, qual vedi, ho vestimenta, e guardia
Prender degg’io dal mattutino freddo,
Che sul cammin, che alla città conduce,
Ed è, sento, non breve, offender puommi.30
     Telemaco senz’altro in via si pose,
Mutando i passi con prestezza, e mali
Nella sua mente seminando ai Proci.
Come fu giunto al ben fondato albergo,
Portò l’asta, e appoggiolla ad una lunga35
Colonna, e in casa, la marmorea soglia
Varcando, penetrò. Primiera il vide
La nutrice Euricléa, che le polite
Pelli stendea su i varïati seggi,
E a lui diritta, lagrimando, accorse:40
Poi tutte gli accorrean l’altre d’Ulisse
Fantesche intorno, e tra le braccia stretto
Su le spalle il baciavano, e sul capo.