Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/497

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116 odissea

Poggiandosi, torcea. Que’ due la destra
Stendeano ai cibi: nè fu pria repressa120
La fame loro, e la lor sete spenta,
Che in tai voci la madre i labbri apriva:
Io, figlio, premerò, salita in alto,
Quel, che divenne a me lugubre letto,
Dappoi che Ulisse inalberò le vele125
Co’ figliuoli d’Atréo, lugubre letto,
Ch’io da quel giorno del mio pianto aspergo.
Non vorrai dunque tu prima, che i Proci
Entrino alla magion, dirmi, se nulla
Del ritorno del padre udir t’avvenne?130
     E il prudente Telemaco a rincontro:
Madre, il tutto io dirò. Pilo trovammo,
Ed il pastor de’ popoli Nestorre.
Qual padre accoglie con carezze un figlio
Dopo lunga stagion d’altronde giunto,135
Tal me in sua reggia, e tra l’illustre prole,
La bianca testa di Nestorre accolse.
Ma diceami, che nulla udì d’Ulisse,
O vivo fosse, o fatto polve, ed ombra.
Quindi al pugnace Menelao mandommi140
Con buon cocchio, e destrieri; ed io là vidi
L’argiva Eléna, per cui Teucri, e Greci,
Così piacque agli Dei, tanto sudaro.