Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/512

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

libro decimosettimo 131

Starsi almeno ei dovria tre lune in casa
Da noi lontano; e, lo sgabello preso,495
Su cui tenea beendo i molli piedi,
Alto in aria il mostrò. Gli altri cortesi
Gli eran pur d’alcun che, sì ch’ei trovossi
Di carni, e pani la bisaccia colma.
Mentre alla soglia, degli Achivi i doni500
Per gustar, ritornava, ad Antinóo
Si fermò innanzi, e dìsse: Amico, nulla
Dunque mi porgi? Degli Achivi il primo
Mi sembri, come quei, che a Re somiglia.
Quindi più ancor, che agli altri, a te s’addice505
Largo mostrarti: io le tue lodi, il giuro,
Per tutta spargerò l’immensa terra.
Tempo già fu, ch’io di te al par felice
Belle case abitava, e ad un ramingo,
Qual fosse, e in quale stato a me venisse,510
Del mio largia: molti avea servi, e nulla
Di ciò falliami, onde gioiscon quelli,
Che ricchi, e fortunati il Mondo chiama.
Giove, il perchè ei ne sa, strugger mi volle,
Ei, che in Egitto per mio mal mi spinse515
Con ladroni moltivaghi: viaggio
Lungo, e funesto. Nell’Egitto fiume
Fermai le ratte navi, ed ai compagni