Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/58

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libro secondo 43

Nella prima età mia voi mi rapiste?
Ma or ch’io posso dell’altrui saggezza395
Giovarmi, e sento con le membra in petto
Cresciutami anco l’alma, io disertarvi
Tenterò pure, o ch’io qui resti, o parta.
Ma parto, e non invan, spero, e su nave
Parto non mia, quando al figliuol d’Ulisse,400
Nè ciò sembravi sconcio, un legno manca.
Tal rispose crucciato, e destramente
Dalla man d’Antinóo la sua disvelse.
     Già il convito apprestavano, ed acerbi
Motti scoccavan dalle labbra i Proci.405
Certo, dicea di que’ protervi alcuno,
Telemaco un gran danno a noi disegna.
Da Pilo ajuti validi, o da Sparta
Menerà seco, però ch’ei non vive,
Che di sì fatta speme: o al suol fecondo410
D’Efira condurrassi, e ritrarranne
Fiero velen, che getterà nell’urne
Con man furtiva; e noi berem la morte.
E un altro ancor de’ pretendenti audaci:
Chi sa, ch’egli non men, sul mar vagando,415
Dagli amici lontano un dì non muoja,
Come il suo genitor? Carco più grave
Su le spalle ne avremmo: il suo retaggio