Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/667

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
286 odissea

Fornir, benchè a fatica, io tutta deggio.
Tanto mi disse di Tiresia l’Ombra320
Il dì, ch’io, per saver del mio ritorno,
E di quel de’ compagni, al fosco albergo
Scesi di Dite. Or basta. Il nostro letto
Ci chiama, e il sonno, di cui tutta in noi
Entrerà l’ineffabile dolcezza.325
     E Penelope a lui così rispose:
Quello a te sempre apparecchiato giace,
Poichè di ritornar ti diero i Numi.
Ma tu quest’opra, di cui qualche Dio
Risvegliò in te la rimembranza, dimmi.330
Tu non vorrai da me, penso, celarla
Poscia, e il tosto saperla a me par meglio.
     Sventurata, perchè, l’altro riprese,
Tal nel tuo petto, e sì fervente brama?
Nulla io t’asconderò: benchè goderne335
Certo più, che il mio core, il tuo non deggia.
L’Ombra ir m’impose a città molte, un remo
Ben fabbricato nelle man tenendo,
Nè prima il piè fermar, che ad una nuova
Gente io non sia, che non conosce il mare,340
Nè cosperse di sal vivande gusta,
Nè delle navi dalle rosse guance,
O de’ remi, che sono ale alle navi,