Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/666

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libro vigesimoterzo 285

Stringendo al petto. E il cor di lei qual era?
Come ai naufraghi appar grata la terra,295
Se Nettun fracassò nobile nave,
Che i vasti flutti combatteano, e i venti,
Tanto che pochi dal canuto mare
Scampâr notando a terra, e con le membra
Di schiuma, e sal tutte incrostate, e lieti,300
Su la terra montâr, vinto il periglio:
Così gioía Penelope, il consorte
Mirando attenta, nè staccar sapea
Le braccia d’alabastro a lui dal collo.
E già risorta lagrimosi il ciglio305
Visti gli avria la ditirosea Aurora,
Se l’occhio azzurro di Minerva un pronto
Non trovava compenso. Egli la Notte
Nel fin ritenne della sua carriera,
Ed entro all’Oceàn fermò l’Aurora,310
Giunger non consentendole i veloci
Dell’alma luce portator destrieri,
Lampo, e Fetonte, ond’è guidata in cielo
La figlia del mattin su trono d’oro.
     Ulisse allor queste parole volse315
Non liete alla sua donna: O donna, giunto
Non creder già de’ miei travagli il fine.
Opra grande rimane, immensa, e cui