Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/665

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284 odissea

Sempre nel caro petto il cor tremavami,
Non venisse a ingannarmi altri con fole:270
Chè astuzie ree covansi a molti in seno.
Nè la nata di Giove Elena Argiva
D’amor sariasi, e sonno a uno straniero
Congiunta mai, dove previsto avesse,
Che degli Achei la bellicosa prole275
Nuovamente l’avrebbe alla diletta
Sua casa in Argo ricondotta un giorno.
Un Dio la spinse a una indegna opra; ed ella
Pria, che di dentro ne sentisse il danno,
Non conobbe il velen, velen, da cui280
Tanto cordoglio a tutti noi discorse.
Ma tu mi desti della tua venuta
Certissimo segnale: il nostro letto,
Che nessun vide mai, salvo noi due,
E Attoride la fante a me già data285
Dal padre mio, quand’io qua venni, e a cui
Dell’inconcussa nuzïale stanza
Le porte in guardia son, tu quello affatto
Mi descrivesti; e al fin pieghi il mio core,
Ch’esser potria, nol vo’ negar, più molle.290
     A questi detti s’eccitò in Ulisse
Desio maggior di lagrime. Piagnea,
Sì valorosa donna, e sì diletta