Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/146

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nello stesso modo: la stessa insofferenza, per non dir peggio, ai timidi ordini del Governo (gli uni e gli altri lo chiamavano infatti “il Governo centrale” come se ve ne fosse veramente un altro, il loro); l’indifferenza pel bilancio dello Stato, paragonabile a quella di certe mogli mondane pel bilancio del marito; la stessa sovrana preoccupazione, caschi il mondo, di non perdere il posto; le stesse promesse d’imminente paradiso ai loro seguaci, pur d’esserne obbediti, e ad ogni delusione, ritardo, sproposito, sconfitta, l’immediata amplificazione delle delizie di quel paradiso avvenire (domani finisce la guerra, domani muore la borghesia, andrete tutti in licenza, la terra sarà dei contadini reduci; le officine delle guardie rosse ecc.); la stessa visione dell’umanità futura, trasformata tutta in impiegati, in un mondo tutto ministeri, con l’ingegno e la capacità proporzionate al grado, perchè la natura può sbagliare ma lo Stato Maggiore o la Direzione del Partito non sbagliano; la stessa convinzione, salda come un palo di forca, che chi non la pensa come loro è un criminale da fucilare o un povero stolto da ricoverare (a sue spese) in un ospizio; la stessa solidarietà di corpo, partito che dir si voglia; lo stesso mito di perfezione posto fuori d’Italia in terra straniera, da quelli in Germania, da questi in Russia, e, nonostante la disfatta e lo sfacelo, adorato sempre appunto perchè è un mito fuori della realtà, un santo a capo del letto che non può essere offeso da quel che avviene nel letto. Il povero sottoprefetto spingeva cogl’intimi questo