Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/212

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sigaro suo facevano, almeno loro, il loro dovere, mi chiese gentilmente: — Che desideravi? Io, al solito, ero distratto. Provinciale come sono e abituato ad obbedire, mi ritrovo sempre stupefatto anzi confuso davanti a chi esercita con disinvoltura l’autorità, specie quando l’investitura è fresca, perchè io, fossi in lui, mi c’invischierei ad ogni gesto come fosse vernice. Per questo, a chi non crede ai miracoli perchè afferma di non averne mai veduti coi propri occhi, soglio rispondere: – Vuoi vedere un miracolo? Guarda un deputato un minuto prima dell’elezione e guardalo un minuto dopo. – E lì si trattava di Nestore, di mio figlio, ferroviere per giunta. Egli dunque si muoveva in quella bella stanza comoda e ariosa e luminosa a suo agio come fosse stata sempre sua. — Dove avete trovato questi bei mobili? — Ce li ha ceduti a un prezzo di favore il Ministero della Guerra. Erano del Comando Supremo. Non erano cioè nemmeno del Comando Supremo perchè li aveva requisiti durante la guerra, non so dove. Un compagno ci avvertì quando furono caricati per essere portati a Roma, alla nuova sede del Comando Supremo in via Venti Settembre; e noi li chiedemmo, nelle dovute forme, al ministro degl’Interni. Le pratiche furono lunghe, t’assicuro. Ma nel frattempo noi vigilammo perchè i mobili non fossero abusivamente scaricati. Capirai, per noi si trattava anche d’un simbolo: dal Comando Supremo al Sindacato. —