Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/257

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assalito quando era già scuro, mentre tornava a casa. Bastonate. Erano in due, con la maschera. — Tu li hai veduti? — Io non c’ero. M’ha mandato a chiamare dalla serva, chè abito al vicolo del Santo, dietro casa sua. — Ed eri a casa a quest’ora? — Sa, oggi è meglio non uscire. C’è la reazione. Lo guardai in faccia. Portava un gran cimiero di capelli biondi ispidi e dritti sopra la fronte, e vi si passava dentro le cinque dita come doveva fare Sansone quando voleva rassicurarsi sulla propria forza. Ma aveva le labbra pallide, le narici aperte, due solchi dalle narici al mento, e una certa instabilità in tutto il corpo. — Che cosa c’è oggi? — C è la reazione. E noi siamo un partito civile che non si vuole scandali. — Andiamo dal sindaco. — Io torno a casa. — Vieni, che ci può essere bisogno di mandarti dal farmacista. — Pascone ha la serva. Io ho promesso a mia madre che torno a casa. È una povera vecchia e sta in pena. Io non sono e non sarò mai un reazionario, e ormai devi esserti, lettor mio, accorto anche di questa mia incapacità. E a vedere che il primo effetto della tanto temuta reazione era quello di far rifiorire in quella vizza anima di meccanico l’amor figliale, mi meravigliai; ma non me ne dolsi, chè il bene s’ha da accettare