Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/272

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Non posso. — Insomma, qui almeno nel mio letto, sarò il padrone. — Dalla tua parte, sì. Dalla parte mia la padrona sono io, – e con un gesto repentino fece scivolare il pacco misterioso dentro il letto e ci si adagiò sopra sicura, ripetendo: – Spegni, che voglio dormire. Ma i tanti ricordi di quella gran giornata, dal fantoccio di Pascone all’inatteso ritorno della mia consorte, pareva che in quel momento mi ballassero attorno per farmi impazzire. A che mai può condurre la politica, lettor mio, che forse avrai la ventura di vivere in tempi più tranquilli e morigerati di questi affannatissimi miei! Dopo tanti e tanti anni, eccomi dalla curiosità e dall’ira sospinto ad un gesto che adesso, a scriverlo, un poco mi umilia, lo confesso, e un poco mi fa ridere. Scoprii cioè d’un colpo le grandi e venerabili membra della mia antica consorte, e con una spinta le feci rotolare verso il muro, e di sotto a loro trassi il pacco che già s’era fatto caldo e lo svolsi, mentre quella, le mani sul volto, pel pudore tempestava e pel dispetto piangeva. E che vidi mai? Un ritratto dell’Italia con la corona turrita. Proprio: il ritratto dell’Italia liscio e minuto, stampato in filigrana. Erano dodici certificati di pubblica rendita consolidata al cinque per cento, con la loro scaletta di tagliandi: dodici certificati di cinquemila lire ciascuno: totale lire sessantamila. — Di chi sono? — Tuoi, tuoi, – quella gemeva. —