Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/296

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terreni, io un olivete così te lo faccio domani rivendere pel doppio. Tu tieni duro. – Già mi sentivo una volontà, come si dice, d’acciajo. E una tanto insolita fermezza mi veniva, prima di tutto, dal fatto che io firmavo in nome mio ma pagavo con danari altrui, compravo cioè per conto di Nestore il quale a quella compera non avrebbe rinunciato nemmeno se Cencina l’avesse supplicato a braccia nude e in ginocchio (e in fondo, tra i tanti oliveti cedutigli in compromesso nei giorni della gran paura, non tratteneva egli quello solo anche per fare dispetto all’infedele?). Ma s’ha da aggiungere che io, davanti a un notajo, per affari miei, non ero più capitato dopo il mio matrimonio, e m’ero perciò preparato con tremore al formidabile evento contando i danari da pagare, dividendoli in tanti pacchi da dieci biglietti l’uno, e poi ricontandoli in punta di dita come fossero ostie consacrate, appuntando ogni pacco con uno spillo, chiudendoli tutti in una busta di tela incerata come se nel breve tragitto da casa mia allo studio del notajo dovessi correre il rischio d’annegare, e provando perfino a scrivere cinque o sei volte la mia firma in modo leggibile dato che, a furia di scribacchiare ricette, l’ho ridotta a un ghirigoro più indecifrabile di quelli degl’imperatori e degl’impiegati postali. Potevo dunque cedere? Mai. A bruciapelo si può fare di me quel che si vuole. Ma dopo avere compiuto tanti preparativi e patita tanta ansia, no: per pigrizia prima, e infine per dignità professionale. S’è infatti mai veduto un chirurgo rinunciare a una