Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/303

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perchè in questo racconto di un anno o due della mia vita, se ho un torto, è quello d’aver parlato cento volte di Nestore e di non essermelo definito chiaramente, da vicino, anzi da dentro. Quando me l’ero veduto a Roma, nel suo comodo e soffice ufficio, padrone, m’ero detto: – In Italia è preso sul serio solo chi fa per burla. – Quel giudizio non lo rinnego; ma devo, quanto posso, approfondirlo, anche per cortesia verso Nestore; non oso dire, verso l’Italia. Si dice presto: – Il tale fa per burla; il tale è sincero. – Chi ve lo prova? E dov’è quest’uomo che esce dal ventre di sua madre e arriva alla tomba con la trajettoria precisa d’una palla la quale dalla bocca del cannone giunge al bersaglio senza una sosta, un dubbio, un pentimento, una deviazione? Non esiste. La sincerità degli uomini, ripeto, vien tutta dal di fuori: dalla fede, o almeno dall’opinione degli altri. Una volta ce ne accorgevamo meno. Ma è venuta la guerra. L’umanità stava comoda, più o meno in poltrona, e chiamava progresso quella comodità, e chiamava fede nell’avvenire quella speranza che la comodità continuasse, e quella soddisfazione di sè stessa che dalla poltrona e dalle parti posate sulla poltrona le saliva dolce dolce al cuore e al cervello. La guerra ha buttato a gambe all’aria la poltrona, e chi ci stava seduto su. Ma l’ubbriacatura col “Trani” del progresso è più lenta a svanire. – Il progresso ricomincerà súbito.... Riaccomodatevi.... Comincerà domani, dopodomani, tra un mese, tra un anno