Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/47

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sociale, e un altro per un dittatore di repubblica comunista, e via dicendo. Per odiare i nostri nemici politici, noi si dovrebbe non vederli e non udirli mai; se no, in un’ora avviene al loro contatto la combinazione, o almeno si pensa che, in fondo, una combinazione sarebbe possibile. Non c’è ufficiale che non ricordi la fatica durata in guerra per impedire, dove le trincee nostre correvano a pochi metri da quelle nemiche, le conversazioni o solo i saluti tra i nostri e i nemici: non tradimenti o diserzioni o simili ignominie, ma solo nostra affabilità e prontezza ad intendere súbito le ragioni degli altri, dato che gli uomini più intelligenti o, se vi piace, più italiani capiscono gli altri molto prima e molto meglio di quel che capiscano sè stessi, e da questo gioco del capire traggono prima svago che profitto, anzi spesso restano paghi a quello svago umanissimo e poi si voltano ad altro, stanchi. Perciò agiscono con prudenza quei partiti che noi chiamiamo estremi, quando predicano l’intolleranza nei contradittorii, anzi il rifiuto d’accettare contradittorii e, peggio, patti e tregue coi loro avversarii: la voce d’un avversario è, per un italiano, sempre una voce di sirena perchè lo mette in tentazione di voler capire come quell’altro è fatto di fuori e di dentro, e così, alla fine, di giustificarne parole ed atti e di perdonarglieli. Non che l’avversario, quando l’abbiamo capito, ci abbia convinti. Dovremmo, convinti, mutare opinioni e questo non è nè comodo nè bello. Ci basta osservarlo, ascoltarlo, capirlo come un