Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/94

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Ma questa guerra che ci ha messi tutti a nudo, non avrei mai creduto che avesse da rivelare così brutalmente questo nostro scheletro di vanità, sotto le tante vesti del viver sociale e la tanta carne dei personali interessi. Per me, dopo i primi mesi, è stata un’ossessione. Vanità, vanità, vanità: la vedevo da per tutto, e i diavolini intorno ai quali la mia povera vecchia moglie ogni sera s’avvolge sulla fronte i capelli per ritrovarseli ricci l’indomani, a vedermeli così sul guanciale vicino, ogni notte, m’apparivano come l’emblema del mondo. Vanità, vanità. Anche l’amor di patria, questo volerla bella forte vasta giusta amata, e temuta per giunta, questo affannarci con tutti i sofismi e con tutti gl’inni a trasformarne i difetti in virtù, non è anche questo, povero me, vanità? Mi consolavo e mi consolo pensando che tra tutti i miraggi che ci fanno sospirare, penare ed agire, se proprio non volevo mettermi a ridere come un pazzo e così ridendo svanire, dovevo e devo pure, per via di ragione, provarmi a stabilire dei gradi di durata; e quei miraggi che illudono più uomini e durano più a lungo, sforzarmi a rispettarli e anche a venerarli, – la patria, la giustizia, Dio, la bellezza. Solo Margherita coi suoi occhi tondi, i suoi denti bianchi e la sua lenta parlata, e questo rifugio col viale di rose breve tra quattro cipressi, mi rasserenavano. Remoto ed ignoto, esso era fuori dei paragoni e contrasti della vanità. Ma a dire rifugio, si dice fuga. Dopo