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LEIDA. 247

labirinto delle strade strette. Di ponte in ponte, di canale in canale, di isola in isola, si gira per ore ed ore cercando sempre la vita e lo strepito dell’antica Leida, e non si trova che la solitudine, il silenzio e l’acqua, che riflette la tetra maestà della città decaduta.


Dopo un lungo giro riuscii in una vasta piazza, dove faceva gli esercizi uno squadrone di cavalleria. Un vecchio cicerone che m’accompagnava, mi fermò, all’ombra d’un albero, e mi disse che quella piazza, chiamata in olandese La Rovina, ricordava una grande sventura per la città di Leida. “Prima del 1807 — brontolò in un francese stentato, e con un tuono di maestro di scuola, tutto proprio dei ciceroni olandesi; — questo grande spazio era tutto coperto di case, e il canale che ora attraversa la piazza passava allora nel mezzo della strada. Il giorno 12 gennaio del 1807 un bastimento carico di polvere ch’era qui di stazione, scoppiò; e ottocento case, con parecchie centinaia di abitanti, saltarono in aria, e così si formò la piazza. E tra quegli abitanti c’era l’illustre storico Giovanni Luzac che fu poi seppellito nella chiesa di san Pietro, con una bella iscrizione; e tra le case che saltarono in aria v’era quella della famiglia Elzevirs, la gloria della tipografia olandese.” — La casa degli Elzevirs! — dissi tra me con grata sorpresa; e pensai a certi bibliofili che conoscevo in Italia, i quali sarebbero stati felici di premere col piede la terra che aveva sorretto quella casa illustre, da cui uscirono i piccoli capo-