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44 ODISSEA


ad affrettare il ritorno su l’ampia distesa del mare.
Ad Agamènnone invece non piacque l’avviso: le genti
ei trattener voleva, di vittime sacre ecatombi
offrire, per placare d‘Atena il terribile sdegno.
Stolto! Né pur sapeva che invano l’avrebbe tentato:
ché non si storna d’un tratto la mente dei Numi immortali
Stavano i due cosí scambiandosi dure parole:
ed ecco, in piè balzaron gli Achivi dai belli schinieri,
con infinito clamore: ché in due si partivan gli avvisi.
Passammo quella notte tra gravi pensieri ondeggiando,
ché Giove sopra noi del danno addensava il cordoglio.
Surta l’aurora, alcuni spingemmo le navi nel mare,
e vi ponemmo dentro le prede con l’agili donne.
L’altra metà della gente rimase, colà si trattenne
presso Agamennone, figlio d’Atrèo guidatore di genti.
Noi sulle navi, dunque, salimmo. E veloci, le navi
presero il largo; e un Dio spianò l’onde feraci dei mostri.
Giunti a Tènedo, offrimmo, pregando il ritorno, ai Celesti,
vittime sacre. Ma Giove nemico non volle il ritorno;
e suscitò fra noi di nuovo una fiera contesa.
Le curve navi ascese, taluni tornarono al campo,
seguendo Ulisse, scaltro signore, dal savio consiglio,
ligi al volere, cosí, d’Agamènnone figlio d’Atrèo.
Ma io fuggii, con quanti navigli m’avevan seguito,
ché ben sapevo i mali che un Demone tristo tramava.
Fuggí pure il Tidíde, sospinse alla fuga i compagni;
e Menelao chioma bionda, piú tardi, con noi pure venne,
e ci raggiunse in Lesbo, pensosi del lungo tragitto,
se verso Chio rocciosa dovessimo volger la rotta,
sopra l’isola Psiria, lasciandoci questa a sinistra,