Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/108

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CANTO III 45


oppure sotto a Chio, da presso al Mimante ventoso.
Ed un presagio al Nume chiedemmo. E il presagio ci apparve,
e ci ammoní, che a mezzo solcassimo i flutti del mare,
verso l’Eubea, se al piú presto fuggir volevamo il malanno.
Ecco, e un acuto vento si diede a soffiare, e le navi
velocemente le vie pescose correvano; e a notte
furono giunte al Gerestio. Qui molte a Posídone offrimmo
cosce di tori: ché tanto del mare già s’era percorso.
Ed era il quarto dí, quando in Argo fermaron le navi
del figlio di Tidèo, domator di corsieri, i compagni.
Ed io rivolsi a Pilo la rotta; né il vento si spense,
da che l’aveva il Nume sospinto a soffiare propizio.
Cosí, di tutto ignaro, la patria, o figliuolo, rividi;
e nulla so degli altri, chi sia già perito, chi salvo.
Ma ciò che, pure in casa restando, ho potuto sapere,
tutto saprai, com’è giusto, ché nulla ti voglio celare.
Felicemente tornaron, si dice, i Mirmídoni prodi,
sotto la guida del chiaro magnanimo figlio d’Achille.
Felicemente tornò di Peante il figliuol, Filottete.
Idomenèo ricondusse tutti quanti i compagni Cretesi
scampati dalla guerra, né il mar glie ne tolse veruno.
Dell’Atride, anche voi, che lungi abitate, sapete
come tornò, come Egisto tramò la sua lugubre fine.
Ma poi scontò davvero con misera pena la colpa.
Bene è, che d’un ucciso rimanga il figliuolo. Ed Oreste
fece che il fio dovesse pagar l’uccisore del padre,
il frodolento Egisto, che l’inclito padre gli spense».
   E a lui queste parole Telemaco scaltro rispose:
«Nestore, figlio di Nèleo, gran pregio di tutti gli Achivi,
sí, glie la fece ad usura scontare. E gli Achivi, gran vanto