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46 ODISSEA


ne meneranno, e faranno che debban saperlo i nipoti.
Deh!, se volessero i Numi prestare anche a me tanta forza
ch’io punire potessi l’amara arroganza dei Proci,
che contro me l’oltraggio tramando van sempre, e il malanno!
Ma tanta gioia, no, per me non filarono i Numi,
né per mio padre; e perciò debbo tutto, a malgrado, soffrire».
E Nestore, guerriero gerenio, cosí gli rispose.
«Deh!, perché tanto, o caro, mi fai ricordare e mi narri?
Dicono infatti, che i Proci, che bramano sposa tua madre,
nella tua casa, contro tua voglia, ti tramano danni.
Dimmi se tu di buon grado ti pieghi, o se invece la gente,
se il popol tuo t’aborre, per qualche responso del Nume.
E chi sa, che a punire la lor prepotenza non giunga
Ulisse un dí: che solo non giunga, o con tutti i compagni.
Deh!, se t’amasse cosí la Diva dagli occhi azzurrini,
come una volta pensiero si dava del nobile Ulisse,
quando soffriron tanto fra il popol di Troia gli Argivi!
Ch’io mai tanto palese non vidi che amassero i Numi,
come Pallade Atena vicina era sempre ad Ulisse.
Deh!, se volesse cosí diligerti, averti nel cuore!
Allora alcun dei Proci dovrebbe scordarsi le nozze.»
     A lui queste parole Telemaco scaltro rispose:
«O vecchio, questo augurio non penso che possa avverarsi;
troppo esso è grande. Stupore mi tiene. Se tanto sperassi,
non lo vedrei compiuto, neppur se volessero i Numi».
     E gli rispose cosí la Diva dagli occhi azzurrini:
«Qual detto mai, figliuolo, t’uscí dalla chiostra dei denti?
Facile a un Dio, se vuole, salvare anche un uomo lontano.
Solo la morte, che tutti fa eguali, neppure gli Dei