Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/110

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

CANTO III 47


posson tenere lungi da un uomo diletto, quel giorno
che la funesta Parca lo afferra con morte dogliosa».
    E a lei queste parole Telemaco scaltro rispose:
«Mentore, non si favelli di ciò, per desio che se n’abbia.
Vero non é che mio padre si appresti al ritorno; ma i Numi
hanno per lui decretata la morte e la livida Parca.
Ma ora un’altra cosa ricerco e da te vo’ sapere,
Nestore; e il vero tu rispondi, figliuol di Nelèo.
Come morí l’illustre signore Agamènnone Atride?
Dov’era Menelao? Qual morte gli seppe tramare
il frodolento Egisto, che uccise un uom tanto piú forte?
Non era forse in Argo d’Acaia, ma giva errabondo
altrove, ed ei per ciò prese ardire a compire lo scempio?»
   E Nestore gerenio con queste parole rispose:
  «Tutta la verità vo’ di certo narrarti, o figliuolo.
Tutte queste vicende seguirono come tu pensi.
Deh!, se il biondo figliuolo d’Atreo, Menelao, nella reggia
Egisto vivo avesse trovato, tornando da Troia!
Niuno di terra avrebbe coperte le morte sue membra,
ma divorato lo avrebbero i cani e gli uccelli, lontano
dalla città, nella piana; né pianto veruna lo avrebbe
no, delle donne d’Acaia: ché troppo fu grande il delitto.
Ché noi stavamo là, molte imprese di guerra compiendo,
ed egli, d’Argo equestre nel queto recesso, blandiva,
con le parole dolci, la sposa del figlio d’Atrèo.
Il tradimento turpe respinse dappría Clitemnestra,
stirpe di Numi: ché onesti pensieri volgea nel cuore;
ed un aèdo al suo fianco sempre era, a cui molto l’Atride
movendo a Troia, imposto avea che badasse alla sposa.