Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/114

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CANTO III 51


E questi, dunque, adesso verrà con te per dormire,
nella tua casa; ma io tornar voglio al negro naviglio,
per incorare i compagni, per dir tutto ad essi: ché solo
io posso dir che sono fra loro d’età piú provetto.
Giovani tutti son gli altri: seguíto Telemaco han tutti
per amicizia: ed hanno l’età del figliuolo d’Ulisse.
Dunque, io vorrei passare la notte vicino alla nave,
e all'alba, poi, cercare la terra dei Càuconi prodi,
dove m’è necessario riscuotere un debito antico,
e non da poco. E questo fanciullo ch’è giunto al tuo tetto,
mandalo tu, con tuo figlio, sul carro; ed aggioga cavalli,
per lui, quelli che sono piú forti, e piú rapidi al corso».
     Detto cosí, la Diva dagli occhi azzurrini, scomparve,
che un’aquila marina sembrò. Sbigottirono tutti
a quella vista; e il vecchio fu lutto stupore; e la mano
strinse a Telemaco, e il labbro movendo a parlare, gli disse:
«Caro, non credo che tu riesca un dappoco, un imbelle,
se, cosí giovane, già ti sono compagni i Celesti:
ché, questo è veramente dei Numi d’Olimpo; e non altri
che la figliuola di Giove, l’insigne Tritògena Atena,
ella, che sovra tutti gli Argivi pregiava tuo padre. —
Siimi propizia, Signora, concedimi fama ed onore,
per me, pei figli miei, per la mia virtuosa consorte:
e una giovenca a te sgozzerò bianca, larga di fronte,
non doma ancora al giogo dell’uomo, né ancora legata.
Questa t’immolerò, dopo averle indorate le corna».
     Tali parole disse. Né Pallade Atena fu sorda.
Poi, Nestore gerenio, l’eroe domator di cavalli,
alla sua casa addusse i figli ed i generi. E quando
alla magnifica reggia fûr giunti di tanto signore,