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52 ODISSEA


l’uno vicino all’altro sederon sui seggi e sui troni.
Ed il vegliardo, poiché furon giunti, fe’ mescer per essi
in un cratere, vino soave, che dopo undici anni
la dispensiera spillò, togliendo al suo tino la fascia.
Entro il cratere il vegliardo, pregando, con acqua l’infuse,
libando alla Dea Palla, cui padre è l’egíoco Giove.
Ora, poi ch’ebber libato, bevuto sin ch’ebbero voglia,
mossero tutti a dormire, ciascuno alla propria dimora.
Ma Nestore, l’eroe gerenio, trattenne a sé presso
Telemaco, diletto figliuolo d’Ulisse divino.
E gli apprestò nell’atrio sonoro un bellissimo letto;
e presso a lui Pisistrato, sperto a vibrare la lancia,
dormí, che tra i suoi figli cresceva, tuttor giovinetto.
Egli, poi, nei recessi dormí della reggia superba,
ché gli apprestò la regina sua sposa il giaciglio e le coltri.
     Come l’aurora apparí mattiniera, ch’à dita di rose,
Nestore, il cavaliere gerenio, balzò dal suo letto,
e fuori uscí, sedé sopra un dei marmorei troni,
che levigati sorgevan dinanzi all’altissima porta,
candidi, rilucenti d’argento. Su questi una volta
seder Nelèo soleva, che i Numi uguagliava nel senno.
Ma da la Parca quegli domato, era sceso ne l’Ade:
Nestore or vi sedeva gerenio, salvezza d’Acaia:
esso reggeva lo scettro: gli stavano i figli d’attorno,
usciti dalle stanze pur ora, Echefróne e Persèo,
e Stratio, e Oreste, e, pari di forme agli Iddii, Trasimède.
Sesto Pisístrato giunse gagliardo; e condussero seco
Telemaco; ed a sé vicino gli fecero posto.
E Nestore, gerenio guerriero, cosí prese a dire:
«Senza ritardo, o figli, compiete ciò ch’io vi domando: