Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/118

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CANTO III 55


e pane dentro, e vino, la dispensiera vi pose,
e companatico, quali manducano i sacri sovrani.
E Telemaco allora salí sul bellissimo cocchio,
e presso a lui salí Pisistrato, duce di genti,
figlio di Nèstore; e nelle sue mani le redini strinse.
Quindi sferzò i cavalli: né furono questi incresciosi;
ma, l’alta casa lasciata di Pilo, volarono al piano,
e da mattina a sera, correndo, agitarono il giogo.
Il sole profondò, s’ombrarono tutte le strade.
Ed essi alla città di Fere eran giunti, alla casa
di Diocle, figliuolo d’Ortiloco, figlio d’Alfeo.
Ospiti questi li accolse, trascorsero quivi la notte.
Come l’Aurora apparí mattiniera ch’à dita di rose,
strinsero al giogo i cavalli, ascesero il cocchio leggiadro,
vibrâr le sferze; e lenti non furono al corso i cavalli;
ma pel frugifero piano movevano; e quivi il viaggio
compiêr: tanto i cavalli movevano a corso veloce.
E il sole tramontò, scese l’ombra su tutte le strade.


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