Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/129

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66 ODISSEA

anche piú innanzi di te negli anni direbbe e farebbe.
Figlio di ianto padre davvero ti mostri parlando:
súbito si riconosce la stirpe d’un uomo a cui Giove
e nellé nozze e nei figli concedere vuole fortuna,
coinè ora a Nestore diede pel corso di tutti i suoi giorni,
ch’egli invecchiasse nella sua casa fra gli agi ed i beni,
e figli avesse scaltri di mente e gagliardi alla zuffa.
Ora lasciamo il pianto, ché molto ne abbiamo versato:
siano di nuovo al banchetto rivolti i pensieri. Si versi
l’acqua alle mani: al mattino, dimani, Telemaco ed io
tempo si avrà che si parli, si scambino i nostri racconti».
     Cosí disse: ed Asfalio versò l’acqua a lor su le mani,
ch’era zelante valletto del nobile re Menelao:
e tutti allor le mani gittfir sovra i cibi imbanditi.
Elena intanto, la figlia di Giove, ebbe un altro pensiero.
Entro nel vino ch’essi bevevano, un farmaco infuse
ch’ira e dolore scacciava, che dava l’oblio d’ogni male.
Chi delibato ne avesse quand’era commisto nel vino,
pur una stilla di pianto versar non poteva quel giorno,
neppure quando morti gli fossero il padre e la madre,
neppur se a lui dinanzi facessero a pezzi col bronzo
un suo fratello, un figlio diletto, e vedere ei dovesse.
Tali di Giove la figlia sapea salutari possenti
farmachi: dati a lei li aveva la sposa di Tono,
Polidamia d’Egitto: ché molti quel fertile suolo
farmachi vari dà, buoni questi, mortiferi quelli.
Medico è qui ciascuno: ciascuno è piú saggio nell’arte
di chicchessia: ché la loro progenie risale a Peone. —
Quando I’ebbe versato, die’ l’ordin di mescere; e quindi
alle parole del re rispose con tali parole: