Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/130

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CANTO IV 67

«Figlio d’Atrèo, Menelao nutrito dai Numi, e voi due,
figli di padri egregi, dividere il bene ed il male
suole ora all’uno ora all’altro, ché tutto egli può, Giove sommo.
Or nella sala dunque restate, prosegua il banchetto,
e un mio racconto v’allegri: ché cose opportune io vo dire.
Non già ch’io voglia dirvi, narrarvi per filo e per segno
le gesta ad una ad una d’Ulisse tenace divino;
ma ciò che fece, ciò che in Troia quell’uomo gagliardo
soffrí, dove gli Achivi patirono tanti dolori,
quando sé stesso avendo sconciato di turpi ferite,
sopra le spalle uno straccio gittatosi, e simile a un servo,
nella città penetrò dei nemici, sé stesso celando,
ché somigliasse a qualcuno da lui ben diverso: a un pitocco
che non si vide, sopra gli Achivi navigli, l’uguale.
In Troia entrò cosí: rimasero tutti ingannati.
Io lo conobbi sola, sebbene cosí tramutato,
e gli rivolsi domande. Ma scaltro era bene a schivarle.
Quando l’ebbi però lavato, unto d’olio, e coperto
di vesti, quando gli ebbi prestato il gran giuro de’ Numi
ch’io non avrei svelato ch’egli era Ulisse, ai Troiani,
pria che alle tende giunto non fosse, e alle rapide navi,
tutta la trama allora scoperta mi fe’ degli Achivi.
Poi, molti dei Troiani trafitti col lungo suo brando,
tornò, recando al campo d’Acaia notizie in gran copia.
L’altre donne di Troia levarono alti ululi allora:
a me godeva il cuore, ch’io già vagheggiavo il ritorno
alla mia casa, e piangevo l’inganno che teso Afrodite
m’aveva, quando a Troia m’addusse, lontan dalla patria,
e la mia figlia lasciai, lasciai la mia stanza e lo sposo,
che di nessuno pareva minore per senno e bellezza».