Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/131

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68 ODISSEA

E le rispose, e disse cosí Menelao chioma bionda:
«Sono opportune, si, sposa mia, le parole ch’ài dette.
Ornai di molti eroi conobbi il pensiero e il consiglio,
e viaggiato ho per tante e tante contrade. Ma niuno
queste pupille mai non hanno veduto, che tale
fosse, qual’era Ulisse tenace, magnanimo cuore.
Oh!, che impresa fu quella, quanto ebbe a soffrire quel prode,
nel levigato cavallo dov’erano tutti i piú forti
degli Achei, per recare la strage e la Parca ai Troiani I
Là tu venisti allora: poiché ti spingeva a chiamarci
un dèmone, bramoso di far gloriosi i Troiani.
Venia dietro ai tuoi passi Deifobo simile a un Dio.
Tre giri tu facesti, palpando il convesso rifugio,
e tutti quanti i piú forti fra i Danai per nome chiamasti,
contraffacendo la voce di tutte le loro consorti.
Ebbene, allora io stesso, col Tidide e Ulisse divino,
seduti dentro il fianco del cavallo, udimmo i tuoi gridi.
Noi due, balzati in piedi, di brama ardevamo, o d’uscire,
o rimanendo pur dentro, rispondere tosto; ma Ulisse
ci frenò, ci trattenne, per grande che fosse la brama.
E tutti quanti muti rimasero i figli d’Acaia.
Anticlo solo ai tuoi richiami risponder voleva.
Ma Ulisse a lui la bocca schiacciò con la mano possente,
senza pietà. Cosísalvò tutti gli Achivi; e lo tenne
sin che Pallade Atena non t’ebbe condotta lontano».
     E a lui queste parole Telemaco scaltro rispose:
«Figlio d’Atreo, Menelao, divino pastore di genti,
anche maggiore è il cruccio, se aver tante doti, se avere
un cuor di ferro, lungi non tenne il destino di lutto