Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/132

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CANTO IV 69

Ma ora ai nostri letti guidateci dunque, che infine
giacendo in braccio al sonno, possiamo godere il riposo».
     Cosí disse. E alle ancelle diede ordine Elena argiva
di collocare i giacigli nell’atrio, e i purpurei cuscini
belli ammucchiarvi, e le coltri distendervi, e sopra le coltri
comporre le villose coperte, da avvolgere il corpo.
Quelle uscir dalla sala, tenendo la fiaccola in pugno,
e apparecchiarono i letti: fu agli ospiti guida un araldo.
E dunque, li, nell’atrio della reggia, presero sonno,
Telemaco gagliardo, di Nestore il fulgido figlio.
Si coricò l’Atride nell’intime stanze; ed accanto
Elena a lui posò, la divina dal peplo elegante.
     Come l’Aurora appari mattiniera, che dita ha di rose,
súbito Menelao pro’ guerriero balzò dal suo letto,
la tunica indossò, all’omero cinse la spada,
i bei sandali strinse sottesse le morbide piante,
e dalla stanza usci, che un Nume sembrava a vederlo.
Ed a Telemaco presso sedè, questi detti gli volse:
«Quale bisogno fra noi t’adduce, Telemaco prode,
alla divina Sparta, su l’ampio dorso del mare?
Pubblico oppur privato? Favellami senza menzogna».
     E a lui queste parole rispose Telemaco saggio:
«Venni, se tu di mio padre puoi darmi veruna notizia.
Mi stanno divorando la casa, struggendo le terre,
tutta la reggia è piena di gente nemica, dei proci
di mia madre, protervi, superbi, che a mucchi, di e notte
sgozzan le greggi e i lenti giovenchi dal petto lunato.
Supplice ai tuoi ginocchi per questo io qui vengo, se vuoi
la luttuosa narrarmi sua fine, se pure con gli occhi
tuoi l’hai veduta, o se invece qualcuno te l’abbia narrata.