Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/133

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70 ODISSEA

Né per riguardo o pietà lenire tu devi il racconto:
ciò che tu possa avere veduto, raccontami chiaro:
te ne scongiuro, se mai mio padre, il magnanimo Ulisse,
d’opera ò di parole promessa ti fece, e mantenne
nel suol di Troia, dove patirono tanto gli Achivi.
Di tutto or ti sovvenga, sicché tutto il vero mi dica».
     E col rovello nel cuore, rispose cosí Menelao:
«Povero me! Nel giaciglio cosí d’un gagliardo guerriero,
imbelli come sono, vorrebbero dunque corcarsi!
Ma, come quando una cerva nel covo d’un fiero leone
cuccioli ancora i cerbiatti depone, lattónzoli ancora;
ed ella poscia fruga le balze e l’erbose convalli
alla pastura; ed ecco, ritorna il leone al suo covo,
ed ai cerbiatti entrambi infligge ben misera sorte:
misera sorte avranno cosí dalle mani d’Ulisse.
Deh, Giove padre, deh, Atena, deh, Apollo, se mai cosí forte
com’era un giorno, quando tra le mura belle di Lesbo
di Filomelo col figlio si levò, sfidato, ajottare,
e a terra lo abbatté, fra la gioia di tutti gli Achivi:
se cosí forte Ulisse tornasse alla patria! Che morte
spiccia, che amare nozze vedrebbero i Proci quel giorno!
Quello che poi, figlio mio, mi chiedi, non io con ambagi,
né deviando dal vero, vo’ dirti, né inganni tessendo;
ma ti dirò quanto a me l’infallibile vecchio del mare
disse: nasconder non voglio, celare una sola parola.
Me tratteneano in Egitto, per quanto il ritorno io bramassi,
ancor gl’lddei: ché avevo le sacre ecatombe obliate
e memori essi braman degli ordini loro i mortali.
E un’isola c’è poi, nel fitto ondeggiare del ponto,
chiamata Faro, e sorge dinanzi alle coste d’Egitto,