Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/144

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CANTO IV 81

Di ciò non stupirei: ché in Itaca ieri mattina
Nestore ho visto; e quel giorno salpare lo vidi per Pilo».
     Dette queste parole, tornava alla casa paterna.
E quelli, l’ uno e l’ altro crucciati nell’ animo altero»
posero fine ai giuochi, raccolsero tutti i compagni;
ed Antinoo, figlio d’ Eupito, cosí prese a dire:
«Poveri noi, non è cosa da poco, che questo viaggio
abbia con tanta arroganza compiuto Telemaco. E noi
noi credevamo! A dispetto di tanti, un ragazzo è partito
da sé, scelto ha la gente migliore, varata la nave.
Anche per il futuro saprà contro noi capeggiarli.
Giove lo stermini, prima che giunga al vigore degli anni!
Su, presto, datemi un legno veloce con venti compagni,
si che m’ apposti e gli tenda, per quando ritorna, un’ insidia
entro gli ormeggi d’ Itaca, oppur fra gli scogli di Same,
ch’ egli col suo malanno veleggi a cercare suo padre!».
     Disse; e approvarono tutti che séguito avesse il disegno;
ed in pie’ surti, alla casa d’ Ulisse rivolsero i passi.
     Né lungo tempo restò l’ insidia a Penelope ignota
che macchinavano i Proci fra loro. L’ araldo Medonte
scoperta a lei l’ aveva; ché, stando di fuor dalla corte,
aveva tutto udito quanto essi tramarono dentro;
e nella casa entrò, per dire a Penelope tutto.
E gli parlò la regina, mentr’ egli scendea da la soglia:
< Araldo, perché mai qui ti mandano i Proci superbi?
Perché forse alle ancelle d’ Ulisse divino tu dica
ch’ esse, interrotti i lavori, preparino a loro le mense?
Mai non m’ avesser cercato, né mai fatta avesser combutta,
e fosse questo adesso per loro l’ estremo banchetto:
ché ragunati qui, distruggete la ricca sostanza