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80 ODISSEA

coi giavellotti, coi dischi, giocavan sul liscio spiazzato,
cora’eran soliti, mostra facendo di loro arroganza.
Antinòo sedeva col divino Eurimaco: entrambi
capi dei’proci, ché molto di forza eccedevan sugli altri.
Fastosi presso ad essi, Noèmone, figlio di Fronio,
queste dimande, queste parole ad Antinòo volse:
«Antinòo, dunque abbiamo contezza, oppur nulla sappiamo,
quando Telemaco torni da Pilo sabbiosa? È partito
con la mia nave; e adesso bisogno ne avrei, per recarmi
ad Elide, la bella città. Qui posseggo giumente:
dodici: ed hanno sotto ciascuna un muletto che poppa.
Ora vorrei svezzarne qualcuno, e venirlo domando».
     Disse; e stupirono gli altri; ché mai non avrebber creduto
ch’ito sarebbe a Pilo Telemaco. Presso al porcaro,
presso alle greggi, pei campi credean che sarebbe rimasto.
Ed Antinòo, figlio d’Eupito, cosí prese a dire:
«Dimmi la verità: dov’è andato? che giovani ha scelto
per suoi compagni? scelti fra i nobili d’Itaca, o servi
e mercenari? ché pure di questo sarebbe capace.
Ed anche dimmi il vero di questo, ch’io voglio saperlo:
se tuo malgrado, a forza t’ha tolta la nave; o se prego
te n’ha rivolto, e tu concessa glie l’hai di buon grado».
     E Noèmone, figlio di Fronio, cosí gli rispose:
«Io di buon grado la nave gli diedi. Che mai si può fare,
quando un tal uomo ti prega, percosso da tante sciagure?
Negargli quanto ei chiede, sarebbe difficile cosa.
Gli fúr compagni quelli che in Itaca dopo di noi
sono i migliori: Mentore io vidi salire sul legno:
se pur non era un Nume che avesse la stessa sembianza.