Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/142

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CANTO IV 79

né della casa; tanto m’allieta l’udir la tua voce,
i tuoi racconti. Ma già per me sono in pena i compagni
nella divina Pilo, e a lungo tu qui mi trattieni.
E i doni che vuoi farmi, sian tali ch’io possa riporli:
ché io non condurrò cavalli ad Itaca. A Sparta
li lascerò, perché tu li possa godere. Tu piani
vasti possiedi, ove fitti germogliano il cipero e il loto,
ed il frumento, e!a spelta con l’orzo fulgente in gran copia;
ma in Itaca, né prati, né vie per cavalli: sol capre
pasce; eppur m’è piú cara che s’ella pascesse corsieri.
E già, niuna isola è adatta pei cocchi, né ricca di prati,
quante s’adagian nel pelago; ed Itaca meno d’ogni altra».
     Cosí disse: sorrise il prode guerrier Menelao,
lo carezzò con la mano, cosí la parola gli volse:
«O figHo, il tuo buon sangue traspare da ciò che tu dici:
ti cangerò, ché bene lo posso, i regali: fra quanti
oggetti preziosi racchiude la reggia, io vo’ darti
quello ch’è sovra ogni altro bellissimo, e pregio ha maggiore:
voglio un cratere darti d’eccelsa fattura: d’argento
è tutto quanto; e sopra la bocca una tunica d’oro.
Opra é d’Efesto. L’eroe Fedlmo, signor dei Sidoni,
me ne fe’dono, quando, tornando io da Troia, m’accolse
ospite alla sua reggia. Ora io voglio offrirtelo in dono».
     Tali parole cosí scambiarono l’uno con l’altro;
e i banchettanti alla casa giungevan del sire divino;
e chi portava capi di gregge, chi vin generoso,
e le consorti dai veli leggiadri, recarono pane.
     Questi cosí nella reggia s’affaccendavano al pranzo.
Ed in quel tempo, i Proci, dinanzi alla casa d" Ulisse,